Le origini
La potente famiglia signorile degli Ubaldini che ha dominato il Mugello e gli Ap-pennini per almeno tre secoli, verosimilmente trae le sue origini in un situazione cittadino. Infatti le prime notizie relative ai personaggi che figurano come gli antecessori di questa casata risalgono al secolo XI, i quali risultano appartenere al ceto aristocratico della città di Firenze, ed in particolare alla ristretta élite clientelare del vescovo e della canonica. Troviamo quindi tali personaggi attivi in territorio urbano, come Albizzo figlio di Azzo (vedi albero genealogico) che spesso interviene in qualità di adstantes nei placiti (le assemblee pubbliche). Soltanto con la fine del secolo, seguendo un processo comune a molte casate aristocratiche, gli Ubaldini spostano i loro interessi verso il con-tado con l’intento di crearsi un “dominato signorile” basato sul vasto patrimonio fondiario da essi posseduto. Questo tipo di signorie, completamente militarizzate e consapevoli del loro nuovo ruolo di sovranità locale, si consolidano con la scomparsa istituzionale della marca di Toscana dovuta alla morte di Matilde di Canossa nel 1115.
Gli Ubaldini a partire da quest’epoca iniziano a produrre documenti concernenti il loro domi-nato. Infatti i due nipoti di Ubaldino di Azzo (l’eponimo della casata noto dal 1098 a 1105), ovvero Ubaldino di Mugello e Greccio di Ottaviano si spartiranno i beni familiari con un atto rogato nella seconda metà del XII secolo, e ratificato dai rispettivi figli Albizzo e Fortebraccio (vedi albero ge-nealogico) nel 1186. La consorteria in tre rami già in questo periodo, i quali uno con sede a Gallia-no, uno a Senni ed il principale a Montaccianico, era in possesso di un vasto patrimonio fondiario, associato a svariati diritti di signoria e al controllo di numerosi castelli. L’area compresa nel domi-nio andava dai rilievi a nord di Firenze lungo la valle del torrente Faltona fino nel cuore dell’Appennino bolognese, con diramazioni nell’alta val di Sieve e del Santerno (estesa oggi sui ter-ritori comunali di Borgo S. Lorenzo, Scarperia, Firenzuola e Monghidoro, ed in arte Barberino di Mugello, S. Piero a Sieve e Vicchio).
Supremazia del ramo di Montaccianico
Dalla pergamena del 1186 si deduce come il patri-monio familiare venga quadripartito dai contraenti. Ma per evitare un’eccessiva frammentazione di questo, la maggior parte dei beni viene lasciata indivisa, prevedendo così la compartecipazione di tutti i membri del casato al suo sfruttamento, con lo scopo di preservare la patrimonialità del potere. Costituire un patrimonio comune porta i componenti della famiglia a riconoscersi in un’identità di-nastica basata su di una precisa cognominazione (appare precocemente per la prima volta proprio nell’atto del 1186 il nome gentilizio di “de Ubaldinis”). Una tale ed accorta strategia familiare (salvo qualche eccezione) tende a mantenere una coesione nel casato degli Ubaldini con effetti sull’unità del loro assetto territoriale sia dal punto di vista istituzionale e giurisdizionale sia da quel-lo fondiario. Questa unità è anche conseguenza del ruolo guida assunto all’interno della consorteria dai membri del ramo di Montaccianico. Infatti essi acquisiscono gran parte delle quote dei beni in-divisi attraverso ulteriori passaggi patrimoniali e altre permute, come appare dalla falsa divisione di beni datata al 1145, ma che in realtà risulta essere stata eseguita nel 1188. Successivamente i mem-bri di questo ramo estenderanno i loro possedimenti anche verso il Senio e la Romagna, quindi in Umbria e nel Montefeltro. La casata, ampliando i beni lungo i due versanti appenninici, era in grado di controllare le principali arterie stradali che collegavano Firenze con Bologna e l’area padana. Ciò poneva i dinasti in contrasto con gli interessi della città toscana che tentava di limitarne il potere a difesa soprattutto delle vie commerciali.
Rapporti con l’Impero e con i Ghibellini
La sovranità degli Ubaldini nasce come signoria fondiaria, ma assume spesso i caratteri della signoria territoriale. Quando gli esponenti del ramo di Montaccianico, con Ugolino figlio di Albizzo (vedi albero genealogico), ottenevano la legittimazio-ne istituzionale concessa con privilegio nel 1220 dall’imperatore Federico II, e rinnovato ai di lui successori nel 1246, la signoria raggiunge la sua maturazione politica. Attraverso la concessione imperiale questi erano svincolati da qualsiasi forma di vassallaggio e divenivano sottoposti diretti del sovrano. Quindi ottenevano la facoltà di esercitare poteri dai contenuti più ampi come la giusti-zia penale, il controllo dell’esercito e la fiscalità pubblica, diritti che di fatto già detenevano. Gli Ubaldini di Montaccianico riconoscenti dei favori ottenuti rimasero fedeli all’Impero, in-dividuato come fonte legittimante della loro sovranità, e quindi si posero ai vertici del ghibellinismo toscano. Infatti aderirono con Ubaldino della Pila (vedi albero genealogico) ed i suoi consanguinei alla Lega ghibellina di Toscana nell’estate del 1251, dando vita alla secolare guerra contro il Comu-ne di Firenze. Esponente di questo ramo principale era il personaggio più illustre del casato, cioè il cardinale Ottaviano, figura di primo piano nel panorama storico duecentesco, il quale dalla sua alta posizione era punto di riferimento politico e protettore della famiglia (Dante lo colloca assieme a Federico II nell’Inferno tra gli epicurei e negatori dell’anima, mentre suo fratello Ubaldino della Pi-la giace tra i golosi nel Purgatorio). Così come Ruggeri arcivescovo di Pisa che condannava a mor-te il conte Ugolino facendolo rinchiudere nella “Torre della Fame”.
Il conflitto con Firenze
Dato che dirigenti fiorentini rivendicavano come proprio buona parte del territorio compreso nel “disctrictus Ubaldinorum”, la guerra appariva come l’unica soluzione possibile nei rapporti con la consorteria ubaldina, dato il rischio che questa rappresentava ai loro occhi. Infatti il casato si presentava come una forza coesa ed ostile, capace attraverso un forte con-trollo della popolazione di opporsi con efficacia all’espansione territoriale cittadina. Il conflitto tra i signori e la città finiva per coinvolgere anche gli esponenti degli altri rami familiari accanto a quelli di Montaccianico, ad eccezione di alcuni membri di Galliano fedeli a Firenze già a partire dal 1260. Agli inizi del trecento la guerra s’intensificava in seguito alla scissione del partito guelfo nelle fa-zioni dei Bianchi e dei Neri, ed il conseguente sostegno politico e militare offerto dagli Ubaldini ai primi esiliati a partire dal 1301. Questo conflitto porterà alla caduta di Montaccianico nel 1306 roc-caforte della famiglia, ed all’edificazione della Terra nuova di Castel S. Barnaba (Scarperia) da par-te di Firenze. Il nuovo presidio cittadino aveva il compito di sostituire gli Ubaldini nel controllo di-retto della popolazione in questa porzione del contado. Ma se i dirigenti fiorentini erano riusciti a strappare al casato nobiliare queste terre, ed abbattere il loro castello principale pagandolo a caro prezzo per ottenerne la resa, tale politica di controllo risultava inefficace nell’area appenninica dove i feudatari si riorganizzavano ed impedivano la penetrazione del Comune.
Nuove guerre e definitiva sconfitta
Dopo una prima e formale sottomissione avvenuta nel 1309, gli Ubaldini riprendevano le armi contro la città schierandosi apertamente dalla parte dell’imperatore Arrigo VII (1312-1313) con il loro sostegno e partecipazione all’assedio della stessa Firenze. Poi nuovamente con Ludovico IV (1325-1330), quindi con Pisa (1342) e l’arcivescovo di Milano Giovanni Visconti (1351-1353). Durante questi conflitti la città di Firenze prendeva atto del fallimento del tentativo di costruire un’altra Terra nuova nel territorio appartenente agli Ubaldini, ovvero Firenzuola nella valle del Santerno. Questa edificata nel 1332, ma distrutta due volte nel 1342 e nel 1351 dagli stessi signori feudali, rappresentava la dimostrazione palese del fallimento della politica fiorentina in area appenninica ed evidenziava l’incapacità di competere sul piano del controllo delle popolazioni con gli Ubaldini. Sarà soltanto l’indebolimento della coesione familiare dovuta da ulteriori frammentazioni in altri rami e conseguente frazionamento del patrimonio, causa quindi di dissensi frequenti, che permetterà al Comune di Firenze di avere ragione dei suoi opposi-tori. Infatti la guerra si concludeva nel 1373 con la definitiva sottomissione degli Ubaldini alla Re-pubblica attraverso la resa degli ultimi quattordici castelli posseduti dal casato tra le Alpes Ubaldi-norum (valle del Santerno) e del Podere (valle del Senio e in parte del Lamone), con conseguente delegittimazione dei poteri signorili. Solo alcuni eredi del ramo di Montaccianico (i discendenti di Tano da Castello) continueranno ad esercitare pieni diritti di signoria per lungo tempo ancora tra il Montefeltro e L’Umbria, area compresa oggi prevalentemente nel comune di Apecchio (provincia di Pesaro-Urbino).
I principali Castelli nel contado a nord di Firenze tra sec. XIII e XIV
I feudatari del luogo
Il controllo della viabilità

Bibliografia
“I Signori dell’Appennino”, di Riccardo Bellandi - Pagliai Editore.
Le avventure del giovane Tano degli Ubaldini, tra ideali cavallereschi e amore contrastato per una fanciulla. Lo scontro tra guelfi e ghibellini per il controllo del Mugello. Il drammatico assedio del castello di Montaccianico e la strenua difesa dei Signori dell’Appennino sotto la regia occulta del potentissimo Cardinale Ottaviano. Le desolanti ricadute della guerra sul contado mugellano tra devastazioni di raccolti, incendi e distruzioni di villaggi, feroci rappresaglie contro popolazioni inermi. Un affresco a tutto tondo della società del Duecento in cui gli avvenimenti, gli ambienti e la vita materiale sono rappresentati con rigorosa fedeltà storica. Nel clima di violenza diffusa, peculiare di quel periodo, si muovono i personaggi del romanzo -in gran parte reali - con i loro sentimenti e le loro passioni, con i drammi e le meschine debolezze che sono proprie degli uomini di ogni epoca. Un romanzo ricco di azione, sullo sfondo storico, stupendamente evocato, del medioevo in Toscana. Una lettura che avvince dalla prima all’ultima pagina grazie allo stile gradevole e al ritmo narrativo incalzante.
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